19/10/2008


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L’ignoranza ai tempi di Internet.

Scritto da Sergio in Libertà  Digitale.

Internet è la grande rappresentante di quella che oggi chiamiamo la Società dell’Informazione. Eppure, in tempi in cui tutte le informazioni sono facilmente disponibili sulla rete, permane un elevatissimo livello di ignoranza tra quanti questa rete vorrebbero governarla, almeno nelle sue parti “pericolose”. In questo articolo cerco di inquadrare brevemente il pericolo di queste scelte, fatte spesso da parte di persone molto ignoranti sui temi tecnologici.

Reati online: unica scelta la censura?

Viviamo in un periodo storico dove tante parole stanno, lentamente, perdendo di significato. Le cause di questo aspetto sono da rintracciarsi, probabilmente, nel fatto che pochissime persone, ancora, riescono a soffermarsi a pensare a quello che dicono, che scrivono o fanno. In un contesto dove tutto diventa sempre più veloce, la fatica di inseguire l’ultima novità fa si che la politica, ma anche i media tradizionali, finiscano per dire, scrivere o fare, sonore panzanate. Che purtroppo non sono semplici boutade facilmente ignorabili. Perché spesso si concretizzano in atti amministrativi, decreti, leggi, atti dell’autorità giudiziaria… che finiscono solo per mostrare il distacco tra i “poteri” dello Stato e la realtà quotidiana delle nuove tecnologie.

Proviamo ad inquadrare meglio il discorso. Negli ultimi anni Internet ha rappresentato, per molti versi, un’ideale di espressione democratica. Tutte le persone che abbiano un minimo di capacità tecnologica (e man mano che andiamo avanti ne serve sempre meno), possono entrare sul web ed esprimersi sotto mille forme differenti (forum, blog, commenti, social networks etc.). Questo fatto è un primus nella storia. Mai infatti c’è stata una tale libertà di accesso ai mezzi di comunicazione, da parte di tutto il mondo. Anche perché, Internet ha il vantaggio di essere uno strumento ad auto-diffusione: una pagina creata sul web, automaticamente è accessibile quasi a tutti (certo, il problema può risultare trovarla…. ma questo è un altro discorso). Questo contesto ha reso molto complicato il controllo, da parte delle autorità pubbliche, dei fenomeni diciamo “illeciti” sulla rete, in quanto è impossibile controllare la pubblicazione dei contenuti. C’è da dire che in alcuni paesi qualche ingegnoso giudice ha richiesto ad alcuni servizi ad esempio di file-sharing, un controllo preventivo dei contenuti. Ma viste le moli di lavoro che questo comporta, credo siano situazioni che rimangono espresse solo in teoria, e mai si realizzeranno nella pratica.

Vista l’impossibilità di impedire, o inibire la pubblicazione di materiale illecito, i giudici, e spesso la politica, hanno deciso di lavorare sull’accesso a certi materiali e certi contenuti. Il problema sta qui, la definizione di quali materiali far vedere e come. Perché se in alcuni casi l’accesso a contenuti illeciti (come quelli pedo-pornografici) è sicuramente esecrabile, il dubbio viene su come attuare un blocco di tali contenuti. E qui si cade su scelte tecniche opinabili, sempre in bilico tra fattibilità e “accrocchi” necessari per raggiungere l’esito voluto da questo o quel giudice. Il problema si pone allora verso l’idea di un filtraggio nazionale che filtri gli accessi, ad esempio, rispetto ad attività economiche illecite solo da un punto di vista fiscale, come le scommesse o la vendita di sigarette. Sembra quindi che alla fine si faccia sempre più strada l’idea che la censura sul web sia possibile.

Bene, fin qui forse le novità son poche. Al di là quindi delle battaglie legali delle major discografiche, che da circa 100 anni lottano contro qualsiasi innovazione tecnologica che possa mettere in crisi il loro modello di business, di cui abbiamo già parlato a proposito dei recenti fatti relativi a piratebay, il problema è questo: come è possibile che chi è coinvolto di scelte amministrative e/o regolamentari su un aspetto delicato come quello di Internet e della libertà di accesso, non abbia neanche un minimo di competenze tecniche sull’argomento. Tali almeno da comprendere che gli strumenti scelti sono inefficaci, tecnicamente illogici, e finisce che permettono a chi vuole comunque effettuare azioni illecite sulla rete di continuare a farlo, privando invece il comune cittadino di un diritto fondamentale, quello dell’accesso alla rete ed alle informazioni ivi contenute.

L’ignoranza tecnologica ed i suoi danni.

Non voglio entrare nelle dinamiche tecniche che tutto ciò comporta, molto ben illustrati altrove, e comunque anche i professionisti del settore si sono pronunciati in materia. Ma del resto, basta lavorare in un’azienda che utilizzi suoi DNS, magari situati all’estero, oppure basta settare la propria connessione per utilizzare dei DNS alternativi e non sottoposti alla legge italiana, per non riscontrare questi problemi. Il problema è allora questo: ma io cittadino italiano che accedo ad un sito online di gambling, o che cerco di comprare sigarette su un sito americano, o che sto cercando di scaricare un file protetto da un sistema di indicizzazione P2P, devo affidarmi ad uno Stato che fa lui una selezione “preventiva” di ciò che è lecito, oppure devo sviluppare una coscienza critica io verso ciò che sto facendo?

Eh si, perché mi si permetta una provocazione: visto che lo stato mi impedisce di accedere a tutti i siti illeciti, ergo tutto ciò a cui riesco ad accedere è lecito, no? Il che cozza abbastanza con la grandezza della rete e delle sue connessioni. Non pago di questo, però, le autorità del nostro Paese stanno anche studiando altre forme di censura con le quali mi sa che a breve faremo concorrenza alla Cina.

E la Privacy?

In generale, riprendendo il filo del discorso, quello che mi preoccupa sempre più è il fatto che tutte queste regolamentazioni siano messe in opera da persone sostanzialmente ignoranti. Basterebbe pensare anche alle recenti dichiarazioni del garante della Privacy, che suggerisce l’idea assolutamente innovativa di utilizzare un “nickname” per l’accesso ai siti di Social Networking. E questo perché fenomeni come Facebook, come del resto tutti i fenomeni tecnologici innovativi, trovano subito echi istituzionali simil-luddisti. Per cui oggi qualcuno che uccide la moglie lo ha fatto a causa del suo comportamento su Facebook. E i media fanno da grancassa a simili idiozie.

Quello che manca è una seria comprensione del fenomeno Internet. Si ha paura di qualcosa che non si conosce, e si cerca di porvi rimedio con idee riciclate. Come la censura appunto.

Una volta accettato il principio che si può censurare qualcosa, decidere cosa è solo una questione politica.

Però, appunto, si parte da un principio sbagliato.

I due grandi equivoci

Ma qui la discussione si arena allora rispetto ad una serie di contestazioni, come “allora volete consentire la pedopornografia online”. Assolutamente no! Ci troviamo semplicemente davanti al primo, e più pericolo fraintendimento, quello di confondere il mezzo con cui vengono propagate le informazioni, con il cosa le ha originate. In Italia (e nel mondo) non vengono bloccati i treni perché occasionalmente avviene un furto o uno scippo a bordo, no? Eppure sulla rete si vuole applicare questo principio, che oltre ad essere illogico è pericoloso, perché va a ledere alcuni diritti fondamentali. Internet, in quanto “mezzo di trasporto” delle informazioni, è e deve essere “neutrale“.

Secondo equivoco: si pensa che chiudere gli occhi del pubblico, impedire la visione di certe cose, sia di per sé educativo. Prendiamo un esempio, la questione della privacy. Il garante ha ragione quando dice che un ragazzo deve preoccuparsi di ciò che scrive online perché in futuro questo potrebbe, ad esempio, interferire con la ricerca di un lavoro. Ma non si risolve mica la cosa con uno pseudonimo!

Educazione alla rete

Quello che occorre fare è una corretta educazione a come la propria privacy va gestita, come ad esempio suggerisce Danah Boyd, ricercatrice americana, in numerosi articoli sul suo blog. Oppure come ampiamente dibattuto in un libro che consiglio a tutti: The Future of Reputation direttamente scaricabile online e scritto da Daniel J Solove. Comunque, la presenza sul web non può più essere interpretata come un pezzo di vita distinto dal resto, per cui è necessario che ognuno di noi sia conscio che deve gestire la propria privacy online con attenzione.

Paradossalmente, il problema dell’educazione va spinto più in là. Un giovane di oggi, cresciuto dentro il web, abituato a Facebook, alla rete, ai suoi meandri, ha una consocenza sul tema spesso più vasta di chi dovrebbe teoricamente “tutelarlo”. Il rischio è che si venga a creare una nuova frattura generazionale su questo tema, alla cui base sta non però una incomprensione psicologica della nuova generazione, ma banalmente una ignoranza di alcuni aspetti “tecnici”. E questo deve essere capito da tutti: magistrati, politici, ma anche le major discografiche o i vari stakeholder che continuamente chiedono l’oscuramento di questo o quel sito internet. Spesso per ragioni stravalide, intendiamoci, ma utilizzando modalità inopportune.

La risposta, come sempre, sta nell’educazione. Stavolta però un’educazione a due vie. Degli utenti della rete, per capire come ci si comporta in essa, e cosa vuol dire soprattutto controllo sociale della rete. Dei cittadini tutti, per comprendere sempre cosa sia lecito e cosa non lo sia, evitando così l’idea che “se ci accedo allora posso farlo”. Delle istituzioni perché capiscano i rudimenti tecnici del funzionamento del web, e abbiano almeno un’infarinatura di temi come la libertà di accesso.

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2 Responses to “L’ignoranza ai tempi di Internet.”

  1. upnews.it Says:

    L’ignoranza ai tempi di Internet. | ECLETTICAmente…

    Un breve accenno al problema della conoscenza da parte delle autorità del web e delle sue dinamiche….

  2. Giornalismo fuorviante | ECLETTICAmente Says:

    [...] “concorrenza”. Con il solo risultato di continuare nella diffusione di un certo tipo di ignoranza sul web, con il suo «concentrato di luoghi comuni, prossimi tavoli tecnici che non risolveranno [...]